A dispetto dei sondaggi veri o presunti che assegnano al cavaliere ed al centro destra un consenso mai conseguito da nessuna formazione politica, in questi ultimi giorni nel paese ci sono segnali incoraggianti di protesta da parte di cittadini che finalmente hanno capito quanto sia inconcludente e soprattutto pericoloso l'attuale governo basato sull'asse Pdl-Lega. Manifestazioni e proteste finalmente mettono a nudo il disagio sociale che ormai, da diversi mesi, circola nel paese in consequenza della crisi economica e soprattutto dell'inadeguatezza del governo troppo impegnato ormai in questioni strettamente legate alla salvaguardia del premier piuttosto che ai reali bisogni dei cittadini. Sono molti gli episodi che lasciano intravedere una flebile speranza di un risveglio dal basso del paese nel tenativo di uscire da questa empasse di governo. I precari della scuola sono da giorni in sciopero della fame per rivendicare il loro diritto a non essere gettati in mezzo alla strada semplicemente in seguito ad una politica di tagli che mira esclusivamente a ridurre, ma sicuramente non a razionalizzare, una spesa come quella dell'istruzione. Ammesso poi che i soldi utilizzati per la scuola e per l'istruzione siano da considerarsi una voce di spesa piuttosto che una voce di investimento, considerato che l'istruzione è la base per uno sviluppo civile e produttivo di un paese. Ma la Gelmini, il braccio di Tremonti per quanto riguarda la scuola, ha tagliato con la falce piuttosto che con bisturi chirurgici ed i risultati sono decine di migliaia di precari che si ritrovano a casa mettendo in ginocchio tutto l'impianto del sistema scolastico italiano. Due giorni fa un gruppo di contestatori ha impedito al senatore Marcello Dell'Utri, condannato per mafia in secondo grado, di procedere alla lettura di alcuni diari di Mussolini da lui acquistati non si sa come. Bene hanno fatto queste 50 persone a interrimpere una manifestazion pubblica di cattivo gusto sia per l'argomento che per l'ospite invitato a presenziarla. In Italia siamo ormai assuefatti ad avere in parlamento tutti i generi di delinquenti, ma a tutto c'è un limite e questo limite sembra ormai essere stato superato: la gente inizia ad averne piene le scatole di tutti questi palloni gonfiati. Contestazioni di questo genere si sono ripetute ieri all'apertura della mostra del cinema di Venezia alla quale hanno presenziato il Presidente della Repubblica, applaudito a scena aperta, ed il sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta, accolto da fischi ed insulti. Paradossale che un esponente del governo che taglia fondi alla scuola, alla cultura senza nessuna analisi reale sull'utilizzo di tali fondi, vada poi a farsi bello a manifestazioni come la mostra del cinema di Venezia. Giusto che la gente lo abbia riempito di fischi ed insulti. I fischi e le contestazioni non hanno risparmiato nemmeno Franco Marini alla festa nazionale del PD durante il confronto con Antonio Di Pietro. Una contestazione che dimostra quanto il maggiore partito dell'opposizione sia esso stesso lontano dalla gente e dal cittadino comune. Marini si sforzava di convincere la platea sulla bontà della proposta di Bersani volta a mettere in piedi una coalizione omnicomprensiva degli oppositori a Berlusconi, tesi contestata da Di Pietro che con la sua verve oratoria ha trascinato il pubblico con la sua battuta ormai entrata nel gergo popolare "Ma che c'azzecca Casini con il PD". Morale della favola: il pubblico ha applaudito a scena aperta Di Pietro e fischiato sonoramente Marini. Come dire: se le cose vanno male nel centro destra, nel centro sinistra l'aria non è certo migliore. Insomma tutti segnali che potrebbero dimostrare il raggiungimento di un punto di rottura fra politica e cittadini, un pensiero forse troppo ottimistico ma, se si spegne anche quel poco di ottimismo rimasto, non ci resta davvero che abbandonare questo paese ormai alla deriva
venerdì 3 settembre 2010
UN SPIRAGLIO DI RIBELLIONE DELLA GENTE FORSE NULLA E' PERDUTO
A dispetto dei sondaggi veri o presunti che assegnano al cavaliere ed al centro destra un consenso mai conseguito da nessuna formazione politica, in questi ultimi giorni nel paese ci sono segnali incoraggianti di protesta da parte di cittadini che finalmente hanno capito quanto sia inconcludente e soprattutto pericoloso l'attuale governo basato sull'asse Pdl-Lega. Manifestazioni e proteste finalmente mettono a nudo il disagio sociale che ormai, da diversi mesi, circola nel paese in consequenza della crisi economica e soprattutto dell'inadeguatezza del governo troppo impegnato ormai in questioni strettamente legate alla salvaguardia del premier piuttosto che ai reali bisogni dei cittadini. Sono molti gli episodi che lasciano intravedere una flebile speranza di un risveglio dal basso del paese nel tenativo di uscire da questa empasse di governo. I precari della scuola sono da giorni in sciopero della fame per rivendicare il loro diritto a non essere gettati in mezzo alla strada semplicemente in seguito ad una politica di tagli che mira esclusivamente a ridurre, ma sicuramente non a razionalizzare, una spesa come quella dell'istruzione. Ammesso poi che i soldi utilizzati per la scuola e per l'istruzione siano da considerarsi una voce di spesa piuttosto che una voce di investimento, considerato che l'istruzione è la base per uno sviluppo civile e produttivo di un paese. Ma la Gelmini, il braccio di Tremonti per quanto riguarda la scuola, ha tagliato con la falce piuttosto che con bisturi chirurgici ed i risultati sono decine di migliaia di precari che si ritrovano a casa mettendo in ginocchio tutto l'impianto del sistema scolastico italiano. Due giorni fa un gruppo di contestatori ha impedito al senatore Marcello Dell'Utri, condannato per mafia in secondo grado, di procedere alla lettura di alcuni diari di Mussolini da lui acquistati non si sa come. Bene hanno fatto queste 50 persone a interrimpere una manifestazion pubblica di cattivo gusto sia per l'argomento che per l'ospite invitato a presenziarla. In Italia siamo ormai assuefatti ad avere in parlamento tutti i generi di delinquenti, ma a tutto c'è un limite e questo limite sembra ormai essere stato superato: la gente inizia ad averne piene le scatole di tutti questi palloni gonfiati. Contestazioni di questo genere si sono ripetute ieri all'apertura della mostra del cinema di Venezia alla quale hanno presenziato il Presidente della Repubblica, applaudito a scena aperta, ed il sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta, accolto da fischi ed insulti. Paradossale che un esponente del governo che taglia fondi alla scuola, alla cultura senza nessuna analisi reale sull'utilizzo di tali fondi, vada poi a farsi bello a manifestazioni come la mostra del cinema di Venezia. Giusto che la gente lo abbia riempito di fischi ed insulti. I fischi e le contestazioni non hanno risparmiato nemmeno Franco Marini alla festa nazionale del PD durante il confronto con Antonio Di Pietro. Una contestazione che dimostra quanto il maggiore partito dell'opposizione sia esso stesso lontano dalla gente e dal cittadino comune. Marini si sforzava di convincere la platea sulla bontà della proposta di Bersani volta a mettere in piedi una coalizione omnicomprensiva degli oppositori a Berlusconi, tesi contestata da Di Pietro che con la sua verve oratoria ha trascinato il pubblico con la sua battuta ormai entrata nel gergo popolare "Ma che c'azzecca Casini con il PD". Morale della favola: il pubblico ha applaudito a scena aperta Di Pietro e fischiato sonoramente Marini. Come dire: se le cose vanno male nel centro destra, nel centro sinistra l'aria non è certo migliore. Insomma tutti segnali che potrebbero dimostrare il raggiungimento di un punto di rottura fra politica e cittadini, un pensiero forse troppo ottimistico ma, se si spegne anche quel poco di ottimismo rimasto, non ci resta davvero che abbandonare questo paese ormai alla deriva
giovedì 2 settembre 2010
SCRIVE LEVINI GLI INTERESSI DI BERLUSCONI IN LIBIA LEGGETE
La Berlusconi-Gheddafi Spa, a due anni dalla fondazione, è uscita da tempo dal folklore. L’oggetto sociale d’esordio – la chiusura delle ferite del colonialismo – è stato rapidamente archiviato all’atto della firma del Trattato d’amicizia bilaterale nel 2008. L’Italia ha garantito 5 miliardi in 20 anni alla Libia e Tripoli ha bloccato (a modo suo) il flusso di immigrati verso la Sicilia. Poi – snobbando i dubbi degli 007 Usa e dei “parrucconi” come Freedom House che considerano il Paese africano una delle dieci peggiori dittature al mondo – sono cominciati i veri affari. Un pirotecnico giro d’operazioni gestite in prima persona dai due leader e da un piccolo esercito di fedelissimi («gli imprenditori sono i soldati della nostra epoca», dice il Colonnello) che ha già mosso in 24 mesi quasi 40 miliardi di euro e che rischia di cambiare – non è difficile immaginare in che direzione – gli equilibri della finanza e dell’industria di casa nostra.
Solo pochi giorni fa si è parlato di una scalata della Libia a Unicredit, di cui i fondi di quel paese possiedono già una quota. Poi la notizia è sembrata rientrare, ma l’intensificazione dei rapporti finanziari tra i due paesi è palese. Repubblica li elenca, con qualche rammarico per la limitatezza (eppure ci sono) di quelli che riguardano personalmente i due leader, ma spiegando che i benefici indotti per il premier italiano sono cospicui.
La premiata ditta Gheddasconi ha una caratteristica tutta sua. Gli affari diretti tra i due sono pochissimi. Anzi, solo uno: Fininvest e Lafitrade, uno dei bracci finanziari di Gheddafi, hanno entrambe una quota in Quinta Communications, la società di produzione cinematografica di Tarak Ben Ammar, l’imprenditore franco-tunisino tra i principali fautori dell’asse Arcore-Tripoli. Il grosso del business si fa per altre strade. Il Colonnello ha messo sul piatto un po’ del suo tesoretto personale (i 65 miliardi di liquidità di petrodollari accumulati negli ultimi anni). Il Cavaliere gli ha spalancato le porte dell’Italia Spa, sdoganando la Libia sui mercati internazionali ma pilotandone gli investimenti ad uso e consumo dei propri interessi, politici e imprenditoriali, nel Belpaese.
E quindi la lista della spesa libica in Italia è questa.
In due anni Gheddafi è diventato il primo azionista della prima banca italiana (Unicredit) con una quota vicina al 7% (valore quasi 2,5 miliardi) e grazie allo storico 7,5% che controlla nella Juventus è il quinto singolo investitore per dimensioni a Piazza Affari. Le finanziarie di Tripoli hanno studiato il dossier Telecom, puntano a Terna, Finmeccanica, Impregilo e Generali. Palazzo Grazioli, nell´ambito del do ut des di questa realpolitik mediterranea, ha dato l’ok all’ingresso di Tripoli con l’1% nell’Eni («puntiamo al 5-10%», ha precisato l’ambasciatore Hafed Gaddur). E la Libia ha allungato di 25 anni le concessioni del cane a sei zampe in cambio di 28 miliardi di investimenti.
Quali sono i benefici per Berlusconi? La ricostruzione di Repubblica parla di risvolti di relazioni che si tramutano in affari veri e propri.
L’ingresso del Colonnello in Unicredit – oltre che a innescare i mal di pancia leghisti – è il cavallo di Troia per conquistare i vecchi “salotti buoni” tricolori, la stanza dei bottoni che controlla Telecom, Rcs – vale a dire il Corriere della Sera – e le Generali. Il momento per l’affondo è propizio. Il Biscione ha già piazzato le sue pedine negli snodi chiave: Fininvest e Mediolanum hanno il 5,5% di Mediobanca, crocevia di tutta la galassia. Tra i soci di Piazzetta Cuccia – con un pool di azionisti francesi accreditati del 10-15% – c’è il fido Ben Ammar. E gli ultimi due tasselli sono andati a posto in questi mesi. Lo sbarco di Tripoli a Piazza Cordusio, primo azionista di Mediobanca, stringe la tenaglia dall’alto. E a chiuderla dal basso ci pensa Cesare Geronzi, presidente delle Generali i cui ottimi rapporti con il Colonnello (e con il premier) – se mai ce ne fosse stato bisogno – sono stati confermati dalla difesa d’ufficio di entrambi al Meeting di Rimini. Niente di nuovo sotto il sole: l’assicuratore di Marino ha sdoganato Tripoli anni fa accogliendola nel patto di Banca di Roma (poi Capitalia) assieme a Fininvest. E ancor prima ha imbarcato la Libia in banca Ubae, guidata allora da Mario Barone, uomo vicino a quel Giulio Andreotti che solo un mese con il suo mensile 30 giorni ha pubblicato un volume sui discorsi pronunciati da Gheddafi nella sua ultima visita italiana.
Simmetricamente, spiega Livini, ci sono gli interessi privati italiani in Libia, esaltati da questa felice relazione ”immortalata ora a imperitura memoria sul frontespizio dei passaporti libici”.
Ansaldo Sts (per il segnalamento ferroviario) e Finmeccanica (elicotteri) hanno incassato due maxi-ordini. I big delle costruzioni si sono messi in fila per gli appalti sulla nuova autostrada libica da 1.700 chilometri (valore 2,3 miliardi) affidata in base agli accordi bilaterali ad aziende tricolori. In questi mesi hanno attraversato il Mediterraneo pure l’Istituto europeo di oncologia e Italcementi mentre Impregilo ha consolidato con una commessa da 260 milioni la sua già solida posizione nel Paese nordafricano dove con 150 miliardi di investimenti infrastrutturali nei prossimi sei anni la torta – previo via libera della Gheddasconi Spa – è abbastanza grande per tutti.
Anche Gheddafi, come ovvio, ha il suo dividendo. L’Italia è il cavallo di Troia per portare la Libia fuori dall’isolamento nell’era in cui la liquidità, come dimostra il salvataggio delle banche Usa da parte dei fondi sovrani arabi, non ha più bandiere. Missione compiuta se è vero che persino a Londra – grazie a un’operazione di diplomazia sotterranea guardata con sospetto a Washington – l’abbinata politica-affari ha dato risultati insperati: la Gran Bretagna ha liberato un anno fa Abdelbaset Al Megrahi, l´ex 007 libico condannato per l’attentato di Lockerbie e il Colonnello ha dato subito l’ok alle trivellazioni Bp nel golfo della Sirte. Nessuno poi ha battuto ciglio nella City quando Tripoli ha rilevato il 3% della Pearson (editore del Financial Times) e fondato lungo il Tamigi un hedge fund. O quando il numero uno della London School of Economics è entrato tra gli advisor della Libian Investment Authority a fianco del banchiere Nat Rothschild e a Marco Tronchetti Provera.
Pecunia non olet. E anche l’(ex) dittatore Gheddafi non è più un appestato per le cancellerie internazionali. Il premier greco Georgios Papandreou è sbarcato qui per cercare aiuti. La Russia di Putin – altro alleato di ferro dell’asse Gheddafi-Berlusconi – si è aggiudicata fior di commesse a Tripoli come le aziende turche di Erdogan, altra new entry in questo magmatico melting pot geopolitico tenuto insieme, più che dagli ideali e dalla storia, dal collante solidissimo del denaro.
Solo pochi giorni fa si è parlato di una scalata della Libia a Unicredit, di cui i fondi di quel paese possiedono già una quota. Poi la notizia è sembrata rientrare, ma l’intensificazione dei rapporti finanziari tra i due paesi è palese. Repubblica li elenca, con qualche rammarico per la limitatezza (eppure ci sono) di quelli che riguardano personalmente i due leader, ma spiegando che i benefici indotti per il premier italiano sono cospicui.
La premiata ditta Gheddasconi ha una caratteristica tutta sua. Gli affari diretti tra i due sono pochissimi. Anzi, solo uno: Fininvest e Lafitrade, uno dei bracci finanziari di Gheddafi, hanno entrambe una quota in Quinta Communications, la società di produzione cinematografica di Tarak Ben Ammar, l’imprenditore franco-tunisino tra i principali fautori dell’asse Arcore-Tripoli. Il grosso del business si fa per altre strade. Il Colonnello ha messo sul piatto un po’ del suo tesoretto personale (i 65 miliardi di liquidità di petrodollari accumulati negli ultimi anni). Il Cavaliere gli ha spalancato le porte dell’Italia Spa, sdoganando la Libia sui mercati internazionali ma pilotandone gli investimenti ad uso e consumo dei propri interessi, politici e imprenditoriali, nel Belpaese.
E quindi la lista della spesa libica in Italia è questa.
In due anni Gheddafi è diventato il primo azionista della prima banca italiana (Unicredit) con una quota vicina al 7% (valore quasi 2,5 miliardi) e grazie allo storico 7,5% che controlla nella Juventus è il quinto singolo investitore per dimensioni a Piazza Affari. Le finanziarie di Tripoli hanno studiato il dossier Telecom, puntano a Terna, Finmeccanica, Impregilo e Generali. Palazzo Grazioli, nell´ambito del do ut des di questa realpolitik mediterranea, ha dato l’ok all’ingresso di Tripoli con l’1% nell’Eni («puntiamo al 5-10%», ha precisato l’ambasciatore Hafed Gaddur). E la Libia ha allungato di 25 anni le concessioni del cane a sei zampe in cambio di 28 miliardi di investimenti.
Quali sono i benefici per Berlusconi? La ricostruzione di Repubblica parla di risvolti di relazioni che si tramutano in affari veri e propri.
L’ingresso del Colonnello in Unicredit – oltre che a innescare i mal di pancia leghisti – è il cavallo di Troia per conquistare i vecchi “salotti buoni” tricolori, la stanza dei bottoni che controlla Telecom, Rcs – vale a dire il Corriere della Sera – e le Generali. Il momento per l’affondo è propizio. Il Biscione ha già piazzato le sue pedine negli snodi chiave: Fininvest e Mediolanum hanno il 5,5% di Mediobanca, crocevia di tutta la galassia. Tra i soci di Piazzetta Cuccia – con un pool di azionisti francesi accreditati del 10-15% – c’è il fido Ben Ammar. E gli ultimi due tasselli sono andati a posto in questi mesi. Lo sbarco di Tripoli a Piazza Cordusio, primo azionista di Mediobanca, stringe la tenaglia dall’alto. E a chiuderla dal basso ci pensa Cesare Geronzi, presidente delle Generali i cui ottimi rapporti con il Colonnello (e con il premier) – se mai ce ne fosse stato bisogno – sono stati confermati dalla difesa d’ufficio di entrambi al Meeting di Rimini. Niente di nuovo sotto il sole: l’assicuratore di Marino ha sdoganato Tripoli anni fa accogliendola nel patto di Banca di Roma (poi Capitalia) assieme a Fininvest. E ancor prima ha imbarcato la Libia in banca Ubae, guidata allora da Mario Barone, uomo vicino a quel Giulio Andreotti che solo un mese con il suo mensile 30 giorni ha pubblicato un volume sui discorsi pronunciati da Gheddafi nella sua ultima visita italiana.
Simmetricamente, spiega Livini, ci sono gli interessi privati italiani in Libia, esaltati da questa felice relazione ”immortalata ora a imperitura memoria sul frontespizio dei passaporti libici”.
Ansaldo Sts (per il segnalamento ferroviario) e Finmeccanica (elicotteri) hanno incassato due maxi-ordini. I big delle costruzioni si sono messi in fila per gli appalti sulla nuova autostrada libica da 1.700 chilometri (valore 2,3 miliardi) affidata in base agli accordi bilaterali ad aziende tricolori. In questi mesi hanno attraversato il Mediterraneo pure l’Istituto europeo di oncologia e Italcementi mentre Impregilo ha consolidato con una commessa da 260 milioni la sua già solida posizione nel Paese nordafricano dove con 150 miliardi di investimenti infrastrutturali nei prossimi sei anni la torta – previo via libera della Gheddasconi Spa – è abbastanza grande per tutti.
Anche Gheddafi, come ovvio, ha il suo dividendo. L’Italia è il cavallo di Troia per portare la Libia fuori dall’isolamento nell’era in cui la liquidità, come dimostra il salvataggio delle banche Usa da parte dei fondi sovrani arabi, non ha più bandiere. Missione compiuta se è vero che persino a Londra – grazie a un’operazione di diplomazia sotterranea guardata con sospetto a Washington – l’abbinata politica-affari ha dato risultati insperati: la Gran Bretagna ha liberato un anno fa Abdelbaset Al Megrahi, l´ex 007 libico condannato per l’attentato di Lockerbie e il Colonnello ha dato subito l’ok alle trivellazioni Bp nel golfo della Sirte. Nessuno poi ha battuto ciglio nella City quando Tripoli ha rilevato il 3% della Pearson (editore del Financial Times) e fondato lungo il Tamigi un hedge fund. O quando il numero uno della London School of Economics è entrato tra gli advisor della Libian Investment Authority a fianco del banchiere Nat Rothschild e a Marco Tronchetti Provera.
Pecunia non olet. E anche l’(ex) dittatore Gheddafi non è più un appestato per le cancellerie internazionali. Il premier greco Georgios Papandreou è sbarcato qui per cercare aiuti. La Russia di Putin – altro alleato di ferro dell’asse Gheddafi-Berlusconi – si è aggiudicata fior di commesse a Tripoli come le aziende turche di Erdogan, altra new entry in questo magmatico melting pot geopolitico tenuto insieme, più che dagli ideali e dalla storia, dal collante solidissimo del denaro.
martedì 31 agosto 2010
CHE VERGONA
Non si può nutrire altro che un sentimento di vergogna per essere governati da un tizio che consente ad un capo di stato straniero, terrorista riconosciuto a livello internazionale, di calpestare il nostro paese e di mettere in scena delle farse come le sue lezioni sulla religione islamica al cospetto di qualche centinaio di gallinele locali (mi rifiuto sinceramente di chiamarle donne) che per qualche euro si sono prestate a questa messa in scena. La vergogna quindi aumenta per essere un connazionale di questo stuolo di "cretine" che hanno assistito alle lezioni di megalomania del dittatore libico. Per non parlare poi di come sia stata calpestata la stessa nostra carta costituzionale che professa per esempio la libertà di religione mentre il dittatore africano si è permesso di dichiarare che l'Europa intera dovrebbe convertirsi all'Islam. E come non vergognarsi per la sottomissione completa messa in atto dal governo in questa due giorni della celebrazione del trattato Libia-Italia ? La solita tenda da circo installata in pieno centro per ospitare Gheddafi, i cavalli berberi giunti con un aereo speciale per dare vita ad uno spettacolo di parco giochi per finire poi alla cena di gala, pagata naturalmente con i nostro soldi per osannare questa pseudo amicizia fra i due dittatori, quello in pectore (Berlusconi) e quello vero Gheddafi. Il tutto per consentire a qualche nostro imprenditore di fare qualche soldo in un paese dove la democrazia è una parola sconosciuta (come lo sarà anche da noi fra non molto) e dove si sono bloccate le partenze dei clandestini che ora vengono rinchiusi in veri e propri campi di concentramento di stile nazista ma naturalmente lontano dai nostri occhi e dalle nostre coscienze. D'altra parte così va il mondo ormai. Che dire per esempio degli affari che i nostri imprenditori, e non solo i nostri, stanno facendo con la tanto demonizzata Cina ? Certo la Cina è un terreno fertile da coltivare e da sfruttare e chi se ne frega poi se le condizioni di lavoro in quel paese sono al limite della schiavitù ? Come ha detto Marchionni qualche giorno fa sono finiti i tempi della lotta di classe, durante i quali da una parte c'era il padrone e dall'altra il povero operaio, oggi padrone e operaio devono lavorare insieme. Benissimo ma perchè oltre che a lavorare insieme non li facciamo anche guadagnare insieme ? Ed invece anche nel nostro paese le distanze fra la classe imprenditoriale e le classi operaie e dei lavoratori dipendenti aumentano sempre di più, in queste condizioni la lotta di classe è più attuale che mai qualora qualcuno si svegliasse dal proprio torpore e si rendesse conto del momento critico che stiamo vivendo. Ma tornando a Gheddafi, alla Libia ed al dittatore nostrano dopo questi due giorni da vergogna non si può che trarre una conclusione: il nostro paese è ormai di fatto diventato una colonia della Libia.
venerdì 27 agosto 2010
DIABOLICUM
"Errare humanum est, sed perseverare diabolicum", diceva il giovane Seneca, lasciando intendere con questa semplice frase che sbagliare fa parte dell'essere umano ed è comunque indice di voglia di fare, ma una volta commesso lo sbaglio, cercare di ripeterlo
domenica 8 agosto 2010
MA VERGOGNATEVI LEGGI CARO GASPERINI TU CHE PARLI TANTO DI PULIZIA
COPIA INCOLLA
Csm, l’inciucio vergognoso del Pd
L'accordo siglato ieri dal Pd che porterà Michele Vietti alla vicepresidenza del Consiglio Superiore della Magistratura supera in gravità perfino le nefandezze della bicamerale. Ferrara esulta e ha tutte le ragioni per farlo.
di Paolo Flores d’Arcais, il Fatto Quotidiano, 31 luglio 2010
“L’accordo tra le maggiori formazioni politiche, con l’esclusione dell’Italia dei valori, per l’elezione di Michele Vietti al Consiglio superiore della magistratura rappresenta una pagina di buona politica, piuttosto rara di questi tempi e quindi ancora più apprezzabile”. Il merito va a “Silvio Berlusconi e Pier Luigi Bersani” che hanno respinto le “pressioni che volevano indurli a pretendere una soluzione estremistica”. E’ Giuliano Ferrara che scrive, anzi che gongola. Ne ha ben donde. L’inciucio consumato ieri dal Pd, che porterà Vietti alla vicepresidenza del Csm, supera in gravità perfino le nefandezze della bicamerale. Ieri, infatti, i Bersani e i Veltroni, i Franceschini e i D’Alema, hanno consegnato nelle mani del regime l’organo di auto-governo dei magistrati.
Con questa logica, ben presto accadrà la stessa cosa per la Corte Costituzionale, visto che il presidente del Tribunale del riesame di Roma, nell’ordinanza con cui conferma la custodia cautelare per la P3, sottolinea la “ingerenza [che] venne esercitata su almeno 6 giudici costituzionali”, i quali “anticiparono a un soggetto come il Lombardi la loro decisione”. Ne bastano altri due di analoga tempra e la foia totalitaria del ducetto di Arcore non avrà più argini che ne impediscano il compiuto appagamento.
Vietti è stato al governo sotto Berlusconi due volte. Un habitué, dunque. Da integerrimo “paladino della legalità” ha sguainato la durlindana per depenalizzare il falso in bilancio, permettendo al suo “sovrano” di non finire in galera. Berlusconi il reato lo aveva commesso, hanno stabilito i giudici, solo che nel frattempo – grazie a Vietti - non era più un reato. Vietti è perciò l’uomo giusto al posto giusto, se si vuole un Csm ancora peggiore di quello dell’era Mancino. Nella quale, lo sappiamo grazie alle intercettazioni, sono accaduti inqualificabili episodi che hanno infangato l’immagine della magistratura, e spinto il presidente della Repubblica a parlare di “squallore”.
Il nuovo Csm dovrebbe “fare pulizia”. Sarà grasso che cola se non peggiorerà la rotta. Perché, come assicura Giuliano Ferrara fregandosi le mani, Vietti “ha sempre dimostrato saggezza ed equilibrio, doti che gli saranno utilissime quando dovrà cercare di contenere e se possibile far regredire gli antagonismi che hanno reso finora impossibile un dialogo costruttivo tra mondo giudiziario e politica”. Tradotto: quando si tratterà di far piegare la magistratura ai diktat del Caimano.
Dopo questa scelta, tanto varrebbe che il Pd cambiasse nome in PdV: Partito della Vergogna.
Csm, l’inciucio vergognoso del Pd
L'accordo siglato ieri dal Pd che porterà Michele Vietti alla vicepresidenza del Consiglio Superiore della Magistratura supera in gravità perfino le nefandezze della bicamerale. Ferrara esulta e ha tutte le ragioni per farlo.
di Paolo Flores d’Arcais, il Fatto Quotidiano, 31 luglio 2010
“L’accordo tra le maggiori formazioni politiche, con l’esclusione dell’Italia dei valori, per l’elezione di Michele Vietti al Consiglio superiore della magistratura rappresenta una pagina di buona politica, piuttosto rara di questi tempi e quindi ancora più apprezzabile”. Il merito va a “Silvio Berlusconi e Pier Luigi Bersani” che hanno respinto le “pressioni che volevano indurli a pretendere una soluzione estremistica”. E’ Giuliano Ferrara che scrive, anzi che gongola. Ne ha ben donde. L’inciucio consumato ieri dal Pd, che porterà Vietti alla vicepresidenza del Csm, supera in gravità perfino le nefandezze della bicamerale. Ieri, infatti, i Bersani e i Veltroni, i Franceschini e i D’Alema, hanno consegnato nelle mani del regime l’organo di auto-governo dei magistrati.
Con questa logica, ben presto accadrà la stessa cosa per la Corte Costituzionale, visto che il presidente del Tribunale del riesame di Roma, nell’ordinanza con cui conferma la custodia cautelare per la P3, sottolinea la “ingerenza [che] venne esercitata su almeno 6 giudici costituzionali”, i quali “anticiparono a un soggetto come il Lombardi la loro decisione”. Ne bastano altri due di analoga tempra e la foia totalitaria del ducetto di Arcore non avrà più argini che ne impediscano il compiuto appagamento.
Vietti è stato al governo sotto Berlusconi due volte. Un habitué, dunque. Da integerrimo “paladino della legalità” ha sguainato la durlindana per depenalizzare il falso in bilancio, permettendo al suo “sovrano” di non finire in galera. Berlusconi il reato lo aveva commesso, hanno stabilito i giudici, solo che nel frattempo – grazie a Vietti - non era più un reato. Vietti è perciò l’uomo giusto al posto giusto, se si vuole un Csm ancora peggiore di quello dell’era Mancino. Nella quale, lo sappiamo grazie alle intercettazioni, sono accaduti inqualificabili episodi che hanno infangato l’immagine della magistratura, e spinto il presidente della Repubblica a parlare di “squallore”.
Il nuovo Csm dovrebbe “fare pulizia”. Sarà grasso che cola se non peggiorerà la rotta. Perché, come assicura Giuliano Ferrara fregandosi le mani, Vietti “ha sempre dimostrato saggezza ed equilibrio, doti che gli saranno utilissime quando dovrà cercare di contenere e se possibile far regredire gli antagonismi che hanno reso finora impossibile un dialogo costruttivo tra mondo giudiziario e politica”. Tradotto: quando si tratterà di far piegare la magistratura ai diktat del Caimano.
Dopo questa scelta, tanto varrebbe che il Pd cambiasse nome in PdV: Partito della Vergogna.
CONSIGLIATI MALE PER CHI NON SA FARE POLITICA (SARA IL CALDO O IL FREDDO DI QUESTI GIORNI ) MA
I telegiornali ce lo dicono tutte le sere a seconda della stagione: attenti al freddo, attenti al caldo, gli sbalzi di temperatura creano problemi a molti italiani, state al caldo, state al fresco, bevete, mangiate frutta, non alcoolici .. etc. etc. Quasi ogni sera c'è un servizio del genere che sia estate, autunno, inverno o primavera. Ma i dirigenti del PD non danno seguono i suggerimenti dei telegiornali di Berlusconi, guardano solo il Tg3 ed ora arrivano le inevitabili consequenze. Bersani piuttosto che andare alle elezioni vuole un governo con Tremonti e poi dichiara che è necessario liberarsi di Berlusconi,a Magliano Sabina la Masan con la complicità dell’amministrazione del PD adesso vuole cavalcare il cavallo di battaglia come se fosse colpa della nuova amministrazione ma. E' chiaro che dopo il caldo dei giorni scorsi, il brusco abbassamento di temperatura ha provocato danni irreversibili alle capacità politiche (già molto difettose) del segretario del Partito Democratico,sia nazionale che locale. Ma questi effetti sono ancora più deleteri sul presindente dello stesso partito nazionale, la cara Rosy Bindi che oggi non si preclude un'eventuale alleanza con il fascista Fini. Mettere insieme Vendola e Fini è un progetto alquanto azzardato e se fossero ancora aperti i manicomi sicuramente la Bindi avrebbe assicurato un posto a vita
Ed allora alleiamoci con i figli del fascismo tanto ormai le ideologie non hanno piu' nessun significato e si possono tranquillamente calpestare, e con loro dimenticare chi ha sacrificato la vita per un'ideale,vediamo manifestini per Magliano Sabina fatti da UDEUR e Comunisti Lavoratori cose dell’altro mondo ma che cosa sta succedendo si sono impazziti tutti
Oggi i dirigenti di questo Partito del PD stanno danno il colpo finale a questa formazione con la loro paura cronica di andare alle elezioni, paura nata dalla completa incapacita' di contrastare il centro destra nazionale con proposte serie e organiche che possano formare la base per una seria alternativa, la stessa cosa che sta succedendo a Magliano affiggono manifesti fatti consigliare da altri,perché sembra adesso che l’unica cosa che stanno scoprendo è la società che si stava occupando della masan indagata,ma il resto intorno a loro non trasparisce nulla il vuoto totale.
Io credo che prima di tutto il pd locale dovrebbero leggere l’interrogazione d’inchiesta parlamentare del 21 luglio 2004 dove in quel contesto venivano sentiti il Sindaco Angelo Lini e il Vice Presidente della Provincia Mario Perilli forse avrebbero esitato a fare manifesti come sempre detto consigliati da altri, e ricordarsi che in quel sito ci sono ancora dei rifiuti pericolosi scaricati ancor prima della storia della Masan.
Se il PD locale non riuscirà a crare il rinnovamento nell’ambito del partito,mandando a casa chi avrebbe avuto la responsabilità Politica di aver fatto perdere le elezioni,a Magliano e portato allo sfascio il Partitto,prossimamente parteciperemo alla frantumazione del Pd,sia locale che nazionale.
Quando parlo di rinnovamento,vuol dire andare al congresso,ma non con i soliti 4-5 che a ruota si contengono la sezione ma prima di andare al congresso far entrare giovani e nuovi tesserati nel partito per poi fare il congresso altrimenti non avrebbe valenza sarebbe sempre una merenda tra amici,si aveva la possibilità di fare una festa dell’Unità,per far avvicinare le persone ma per quello che mi riguarda non si è fatto e allora?
Allora continuate cosi che presto parteciperemo ad altro.
Ed allora alleiamoci con i figli del fascismo tanto ormai le ideologie non hanno piu' nessun significato e si possono tranquillamente calpestare, e con loro dimenticare chi ha sacrificato la vita per un'ideale,vediamo manifestini per Magliano Sabina fatti da UDEUR e Comunisti Lavoratori cose dell’altro mondo ma che cosa sta succedendo si sono impazziti tutti
Oggi i dirigenti di questo Partito del PD stanno danno il colpo finale a questa formazione con la loro paura cronica di andare alle elezioni, paura nata dalla completa incapacita' di contrastare il centro destra nazionale con proposte serie e organiche che possano formare la base per una seria alternativa, la stessa cosa che sta succedendo a Magliano affiggono manifesti fatti consigliare da altri,perché sembra adesso che l’unica cosa che stanno scoprendo è la società che si stava occupando della masan indagata,ma il resto intorno a loro non trasparisce nulla il vuoto totale.
Io credo che prima di tutto il pd locale dovrebbero leggere l’interrogazione d’inchiesta parlamentare del 21 luglio 2004 dove in quel contesto venivano sentiti il Sindaco Angelo Lini e il Vice Presidente della Provincia Mario Perilli forse avrebbero esitato a fare manifesti come sempre detto consigliati da altri, e ricordarsi che in quel sito ci sono ancora dei rifiuti pericolosi scaricati ancor prima della storia della Masan.
Se il PD locale non riuscirà a crare il rinnovamento nell’ambito del partito,mandando a casa chi avrebbe avuto la responsabilità Politica di aver fatto perdere le elezioni,a Magliano e portato allo sfascio il Partitto,prossimamente parteciperemo alla frantumazione del Pd,sia locale che nazionale.
Quando parlo di rinnovamento,vuol dire andare al congresso,ma non con i soliti 4-5 che a ruota si contengono la sezione ma prima di andare al congresso far entrare giovani e nuovi tesserati nel partito per poi fare il congresso altrimenti non avrebbe valenza sarebbe sempre una merenda tra amici,si aveva la possibilità di fare una festa dell’Unità,per far avvicinare le persone ma per quello che mi riguarda non si è fatto e allora?
Allora continuate cosi che presto parteciperemo ad altro.
giovedì 5 agosto 2010
PER BERSANI L'ALTERNATIVA DI GOVERNO E' TREMONTI COSE DA PAZZI
Il problema per questo paese allo sbando politico non e' solo quello di essere stato consegnato da un popolo di cerebrolesi in mano ad un faccendiere come Silvio Berlusconi, ma anche e soprattutto di non avere alternative valide. Per la prima volta la maggioranza di centro destra e' in crisi e vacilla grazie alle bordate di Fini e di un plotoncino di suoi fedeli e il leader del maggiore partito di opposizione, il Partito Democratico, non sa proporre niente di meglio che .... sostituire Berlusconi con Tremonti per un governo di transizione. Una poposta rivoluzionaria non c'e' che dire, una proposta vigliacca che puo' solo far impallidire chi ancora spera di veder cadere l'attuale maggioranza ed invece vedra', nella migliore delle ipotesi, riconsegnare il paese ad una nuova casta di manigoldi epurata dai ribelli finiani. Il cavaliere da parte sua non esita a ricorrere a nuove elezioni forte del suo potere ma soprattutto forte della debolezza dell'opposizione e del Partito Democratico in particolare. Certo Bersani sa che nuove elezioni quasi sicuramente porterebbero ad una nuova e forse definitiva sconfitta di quella macchina da guerra che e' il PD e che si e' rivelata una bagnarola che fa acqua da tutte le parti. Il risultato piu' eclatante di questa formazione politica che non assomiglia nemmeno lontanamente ad un partito e' stato quello prima di far scomparire dal parlamento tutta la sinistra storica del paese e poi di assottigliare sempre di piu' il proprio potere di contrastare lo strapotere di Berlusconi e company. Infatti se si andra' a nuove elezioni sara' solo per problemi interni alla maggioranza di governo ed in particolare al Pdl e non certo per l'iniziativa costante e intensa dell'opposizione. I buoni propositi di inizio legislatura, subito dopo la cocente sconfitta, sono andati a farsi benedire e per esempio il famoso governo ombra che avrebbe dovuto elaborare proposte alternative al governo non si sa piu' che fine abbia fatto. Ora ci si deve raccomandare a Fini, un fascista non dimentichiamolo, per far cadere il governo del cavaliere di Arcore, ma qualora questo accadesse che cosa propone l'opposizione ? Un nuovo governo di centro destra guidato dal ministro Tremonti. E si che il caldo torrido e' passato da qualche giorno, ma forse in questo periodo estivo in cui tutti vanno in ferie, anche gli spacciatori si sono presi i loro giorni di riposo e la "roba" che si trova in circolazione e' di pessima qualita' ..... non trovo altra spegazione a questa proposta ferragostana.
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